Il trionfo debole di Pep
Andrebbe trasmessa nelle scuole, la conferenza di questo catalano riflessivo e gentile. Un uomo, prima ancora che un uomo di sport.
In questo mondo, in questo calcio, la confessione pacata e dolente della stanchezza, del logorio, dello stress, suona come bestemmia nella chiesa che ogni tre giorni deve celebrare un rito e masticare un idolo in diretta pay per view.
Giuseppe Guardiola espone davanti ai cronisti e ai fotografi di tutto il mondo – nonché ai volti attoniti dei propri giocatori tranne uno, troppo triste per essere lì – una stupefacente debolezza d’acciaio.
Pura filosofia pratica. In atto.
Perché così ci spiega, oltre tattiche e schemi, come sia stato possibile che una squadra che davanti schiera cinque piccoletti con un fisico da postali abbia incantato, dominato, ipnotizzato, avversari e spettatori di ogni angolo del pianeta. Fino a raggiungere l’incredulità per ciascuna delle rare sconfitte. Al tempo dell’atletismo parossistico e degli infortuni a raffica.
Ascoltarlo mentre dice cose semplici e vere, ci fa bene all’anima.
Mi piacerebbe chiacchierare dei libri che leggerai, delle mostre che andrai a vedere con i tuoi cari, delle città d’arte che visiterai. Della rigenerazione umana che hai in programma per te e la tua famiglia.
Che ti porterà di nuovo, tra qualche tempo, a incantarci su un prato verde.
E’ proprio vero, chi sa solo di calcio, non sa niente del calcio.
Nel frattempo, un doveroso inchino. Esce un gigante, e pure in punta di piedi.
L.