
Da qualche mese le pagine di questo blog sono abbandonate.
È vero, ma non stiamo con le mani in mano.
“Solo di calcio” nasceva come tentativo di utilizzare la metafora calcistica per parlare d’altro e a un tempo parlare d’altro per parlare di calcio. Ora le nostre energie e questo intendimento sono confluite nel progetto Fútbologia.
Per cominciare sarà un evento di un’intera giornata a Bologna, il 3 Novembre.
C_ e Luca Wu Ming 3 presenteranno l’evento. Con noi ci saranno tanti amici, tra glia altri John Foot, Valerio Mastandrea, Paolo Sollier..
Tutte le informazioni e gli aggiornamenti li trovate sul sito: www.futbologia.org e sul blog.
C_ & L.
Stafano Tassinari, scrittore e persona di umanità incredibile, ci ha lasciato oggi.
Oltre che uno scrittore, era un promotore instancabile di eventi e situazioni, un insegnante, un divulgatore eccezionale. Per dirne una – ma è terribilmente riduttivo – io gli devo la lettura, la comprensione e la rilettura di Soriano, Galeano, Cortázar… oltre il fùtbol.
L. conosceva Stefano molto meglio di me e ha scritto le righe che seguono.
C_

Poche cose utili solo ad attutire un dolore profondo.
Tutti quelli che hanno a che fare con i libri.
Quelli che li leggono.
Quelli che che ci lavorano.
Quelli che ci vivono.
Quelli che se li scambiano.
Oppure ne parlano.
Quelli che li scrivono.
Quelli che li prendono in biblioteca.
Quelli che li prestano.
Quelli che non li prestano.
Quelli che li regalano.
E tutti gli altri.
Ebbene tutti costoro, tutti noi. Siamo debitori a Stefano Tassinari.
Stefano ha lavorato tutti i giorni, tutti i giorni, per decenni, per diffondere l’amore e la conoscenza della parola scritta e parlata. La lingua che accomuna noi umani.
Da Dostojevsky all’ultimo degli esordienti, quale ciascuno di noi è stato. Sempre.
Non ricordo altri così.
La città di Bologna deve a quest’uomo un contributo che non potrà colmare. Ma se ancora rimane dignità e amore di sè almeno un regalo se lo può fare subito.
La Casa della Scrittura, un progetto che Stefano coltivava almeno da quando l’ho conosciuto, vent’anni fa, deve essere realizzato senza alcuna attesa, così come Stefano l’aveva immaginata.
Non un riconoscimento a lui, ma un gesto di rispetto verso noi stessi.
La sua generosità senza confini sia per noi lampada che ci conduca tra queste brume.
L.
Andrebbe trasmessa nelle scuole, la conferenza di questo catalano riflessivo e gentile. Un uomo, prima ancora che un uomo di sport.
In questo mondo, in questo calcio, la confessione pacata e dolente della stanchezza, del logorio, dello stress, suona come bestemmia nella chiesa che ogni tre giorni deve celebrare un rito e masticare un idolo in diretta pay per view.

– Maria! Maria!
– Cate! Ciao bella.
– Ciao Mari’. Fai pure tu la spesa. Hai preso le melanzane da quello all’angolo?
– No le ho prese a questo qua. Tanto so’ tutte uguali.
– Eh… Si… Senti… È tanto che ti volevo chiamare ma non trovavo mai il coraggio. Mi spiace davvero, Paolo era proprio un uomo in gamba…
– …
– Questa crisi ci sta facendo soffrire…
– …

Per il Maestro ho un’antica passione.
Le letture cariche di numi tutelari. Soriano, Galeano, Cortazar.
La faccia da suonatore di bandoneón. Da tanguero.
E anche l’idea di calcio: impianto difensivo solido, in mezzo al campo garretti tenaci, corsa e gioco semplice, e quei tre delanteros a incrociare, a svariare, a ruotare su tutto il fronte d’attacco. Tra i primi che ho visto dai ’90 in poi. Il miglior gioco che ho visto a Sudafrica 2010.
E poi uno che dice: «Nel nostro Paese il calcio deve un programma sociale. Non importa quanti sfonderanno o andranno all’estero. È un modo per sottrarre i ragazzi all’analfabetismo, all’alcool, alla miseria».
E poi uno che viene cacciato da Berlusconi con il marchio d’infamia indelebile. «È un comunista».
E poi è venuto a lasciare il suo segno a Roma, proprio ieri, in questi giorni di declino e vergogna.
Quando gli hanno chiesto del suo passato a Milano ha solo ammiccato: «La vita è un sali e scendi… Per tutti». E pensi a quando in campo mima con la mano le montagne russe, su e giù.
E poi uno che a fine luglio 2011 accompagna la squadra nelle strade gremite di Montevideo per il trionfo inatteso in Coppa America, a casa dei favoriti – e battuti – rivali argentini. E dal palco, raccontando il cammino fatto e la fatica e la dedizione, rivolto ai suoi ragazzi – e a tutti – dice:
Che meraviglia, che poesia, che slogan.
Óscar Washington Tabárez Silva, El Maestro.
L. & C_
[questo post si autodistruggerà]

Eravamo rimasti solo noi a urlare:
«No, non te ne andare.
Ancora un po’. Non ci lasciare… no».
Prima tutti, poi nessuno.
L’hanno rimasto solo. Ma il fantasma resterà.
Poi un giorno tornerà.
E farà l’allenatore.
E salverà il Milan.
E le Gazzetta titolerà “Berguson!”.
Un decennio non dovrebbe sopravvivere ai propri figli.
L’hanno rimasto solo. Ma il fantasma resterà.
Gli anni ottanta dureranno per sempre.
L. & C_
Ci sono figure, in carne e ossa, che aiutano. Servono.
Sono indispensabili a ricordarci perché stiamo dove stiamo. Necessarie, perché spazzano via ogni dubbio sulle scelte da compiere. Ti indicano in maniera naturale da che parte stare.
Adesso mi riferisco ad AA, attuale boss di quella squadra che fu, in cospicua parte, patrimonio di quel tiranno appena trucidato e il cui pacchetto azioniario è ancora tutto lì, però congelato. In tutto e per tutto sembra voler assumere pose e modi – pare faccia fico – di SM, pure lui boss di quella azienda che fa automobili vecchie quando ancora devono uscire, pure quella in cospicua parte patrimonio di quel tiranno appena trucidato e il cui pacchetto azionario…
Il tono – sprezzante e perentorio e arrogante – è obbligatorio. Caca sentenze in serie, sprovvisto d’ogni pezza d’appoggio. Presenta bilanci disastro, da libri in tribunale subito e rivolta di azionisti truffati, come fossero cavalcate trionfali. Sostiene che, siccome al mondo esistono ladri che non vengono beccati, allora i furti propri, colti nella flagranza e nel dolo e nello scasso, non hanno valore. C’ha la finanza in casa e inchieste intorno e spara esposti e minacce come sputafuoco al circo. Pretende. Intima.
Licenzia.
Il campione che per la squadra (sua?) ha fatto vagonate di gol che non li sa contare. Il giocatore che per venti anni ne ha portato la maglia in giro per il mondo. Badate, non sono un suo fan particolare. Ma un campione è un campione, e ha diritto di dire lui quando smette, quando è finita, ragazzi è stato bello, da oggi c’è una vita diversa.
Meriterebbe maglie e fan diversi, d’Albione forse, che lo farebbero fuggire con scorta e macchinone, lui, che ha meriti dei quali non vi è traccia.
Essi però ci aiutano.
A ricordare perché.
Contro i Padroni, sempre.
L.
Chiuse le ostilità, linea al nostro Renzulli a bordo campo.
Si Pasquali, ci ha appena raggiunto il bomber Martucci, autore di una splendida realizzazione nella ripresa.
Una prestazione buona della squadra… certo che lì davanti è tanta roba… qualità e quantità. Un progetto importante.
Si, la squadra ha fatto bene. Non era facile, faceva caldo e nella ripresa abbiamo faticato. Poi negli ultimi minuti abbiamo trovato la via della rete. E abbiamo fatto bene.
L’avversario vi ha messo in difficoltà, ma il vostro gioco è sembrato ottimo nelle ripartenze. Il mister vi ha dato indicazioni precise.
Si, il mister ha fatto bene. Non era facile perché eravamo stanchi. Nella ripresa il mister ci ha dato le indicazioni giuste. E ha fatto bene.

Calderoli: Triplicato il Contributo di Solidarietà a quei rottinculo bastardi dei calciatori.
Colpacci Juve: presi Rhodolfo, Astolfo e Ricolfo!
Ultimatum di Pepito Rossi: “Voglio solo la Juve!”.
Ira DeLaurentiis: siete i soliti pezzi di merda, io voglio la megalega europea!
Tony Soprano, presidente della Roma, cede Totti al Manchester United. Bastardo!!
Zamparini licenzia il barista sotto casa! “Faceva un caffè di merda”.
Il barista fa notare: “Ma il bar non è di Zamparini”. Il patron ribatte: “Non me ne frega un cazzo!”.

Ininfluenti considerazioni preliminari.
Ma andiamo al cuore.
Come credevate che si mantenessero? Come pensavate potesse sostenersi un circo itinerante pieno di stipendi, contributi, spese e costi di molteplici tipologie, e opache figure, sia personali che giuridiche, a gestirlo e amministrarlo?
Cercate le sue foto. Andate a scovare le immagini d’epoca. Guardatelo con la gallina con la quale andava a passeggio, per un breve periodo, e che lo seguiva come un cagnolino, anche al bar per l’aperitivo. Osservate gli occhiali. E i baffi, e il pizzetto. E poi senza. E la barba, e poi senza. Il taglio dei capelli. I tagli. Quella vaga somiglianza con George Harrison. E la Balilla che guidava. Soprattutto, guardate bene i vestiti. Gli accoppiamenti, i colori. Camicie, pantaloni, gilet, completi, giacche, bretelle. Li disegnava lui. Anche le scarpe, a volte. Ne progettava anche i tessuti e li faceva realizzare dal paziente e molto capace sarto torinese. E’ stato icona di un periodo, tratto distintivo di un’epica. Idolo per moltissimi, additato e osteggiato da tanti altri.

Senza, gli anni ‘60 in Italia forse non sarebbero nemmeno stati tali.
Di mestiere faceva il calciatore, e il suo nome era Gigi Meroni.
«Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio» è una celebre frase di José Mário dos Santos Félix Mourinho aka “The Special One”.
«Chi sa tutto di tutto non sa niente di tutto» è il mio ribaltamento e détournement per dire che qua si scrive di tutto tranne che di calcio e… solo di calcio. Sopratutto ci prendiamo per il culo, da soli e subito, così “opinionista” lo vai a dire a qualcun altro.
«Esistere è assai più importante che vincere una partita di calcio».
È una frase di Jorge Valdano, uno che ha trascorso la vita in attacco nella metà campo avversaria. Da calciatore campione del mondo, da allenatore, da direttore generale, da commentatore, da scrittore, da sceneggiatore televisivo… Uno che, quando scrive di Diego (come quale Diego?!), prima cita il poeta argentino Alejandro Solina - per gli amici bisogna mettere la mano sul fuoco anche sapendo che ce la bruceremo - e poi: «Io la mia mano per Diego ce la metto». Uno che io immagino olezzare di cuoio ed erbetta.
Se la frase non basta, il paragrafo che la contiene è perfetto: non potrei scrivere un’introduzione migliore. Eccolo.
«Sappiamo che la società sta diventando grigia e un po’ rozza, stato ideale per ricevere e assorbire i messaggi primari di quegli individui vincenti ma insensibili cha a forza di tenere i piedi piantati per terra non toccheranno mai il cielo con un dito. Nemmeno vincendo. Quel messaggio che si definisce “pragmatico” è la strada più breve verso l’individualismo, l’assenza di solidarietà, gli ansiolitici. Ma soprattutto è falso. Esistere è assai più importante che vincere una partita di calcio. Il gioco serve a sentirsi almeno un po’ felici, per evadere dalle questioni serie, per fare amicizia; quel fondo di fascismo che si annida dietro la “filosofia del risultato” è tipico di gente che divide il mondo in dominatori e dominati, in ricchi e poveri, in bianchi e neri, in vincitori e vinti. Mi ripugna un simile messaggio e per contrastarlo mi sforzo di lottare. Anche quando alla mia squadra va tutto male e mi tocca perdere.»
– Jorge Valdano, Il sogno di Futbolandia (titolo italiano che non rende merito all’originale El miedo escénico y otras hierbas)
C_